Intervista a Prison Break Project sulla rivista Malamente

Malamente è una rivista di lotta e critica del territorio realizzata da compagni e compagne marchigiani.
Sul numero di settembre la trovate una bella intervista a Prison Break Project realizzata da un compagno dell’Associazione Mutuo Soccorso di Bologna che ha discusso con noi (mutuosoccorso.noblogs.org).
Abbiamo parlato del nostro libro “Costruire Evasioni” allargando lo sguardo a un’analisi sulla conformazione attuale della repressione e sulle prospettive politiche per difendersi e reagire ad essa.
Grazie ai/alle compagne di Malamente per lo spazio e per l’interesse verso le questioni che come Prison Break Project portiamo avanti!

Cliccate qui per una versione pdf dell’intervista: Difendersi in tribunale, costruire solidarietà nelle strade (con le belle immagini delle sculture di Federico Molinaro) se no scorrete in basso per la versione testuale, buona lettura!

Maggior info sulla rivista e per ordinare i vari numeri li trovate sul loro sito: https://malamente.info.

DIFENDERSI IN TRIBUNALE, COSTRUIRE SOLIDARIETÀ NELLE STRADE

Intervista di A. Soto al collettivo Prison Break Project

Oggi più che mai, parallelamente ai nostri percorsi di lotta, pensiamo sia importante parlare
di repressione. Non tanto per un’attitudine al vittimismo, quanto piuttosto per offrire alle
lotte stesse nuovi strumenti di autodifesa ma anche di critica, resistenza e opposizione. Anche nelle Marche e in Romagna, nonostante la situazione e la composizione delle lotte sociali non abbia motivato speciali ondate repressive, abbiamo sperimentato l’applicazione selettiva dei nuovi meccanismi di diritto penale. Senza dubbio un caso eclatante è quello di Alessio Abram, compagno e ultras impegnato nel calcio antirazzista, che ha visto di recente precipitare la sua situazione penale fino alla condanna a oltre 4 anni di carcere a causa della violazione del DASPO di cui ha già scontato più di un anno e mezzo in carcere ad Ancona e attualmente è in semi-libertà con obbligo di rientro notturno nel carcere di Barcaglione – Ancona. Insieme a lui nel capoluogo dorico altri ultras hanno visto aprirsi le porte del carcere con pene detentive irreali, intrappolati dalle misure di prevenzione. Sempre nelle Marche finiscono sotto osservazione le lotte dei terremotati, di cui ogni mobilitazione, anche la più pacifica e simbolica, viene costantemente monitorata e se necessario censurata dalla polizia politica. Non dimentichiamo infine la repressione spropositata in occasione della contestazione dell’aprile 2016 per il comizio di Salvini a Rimini e l’accanimento della stessa procura nei confronti delle esperienze di aggregazione e di lotta anfascista in Romagna di cui in parte abbiamo raccontato nel numero 7.
Per queste ragioni abbiamo scelto di proporre un’intervista al collettivo Prison Break Project, autore di un interessante lavoro edito da Be Press (Lecce) dal titolo “Costruire evasioni. Sguardi e saperi contro il diritto penale del nemico” (per contatti: prisonbreakproject@autoproduzioni.net).
A condurre l’intervista è un compagno aderente all’Associazione di mutuo soccorso
per il diritto di espressione, che opera da una decina di anni a Bologna e provincia. Continue reading “Intervista a Prison Break Project sulla rivista Malamente”

L’avv. Calia sui processi in videoconferenza – da radiocane.info

senza corpo

Quello che segue è il testo di un’intervista rilasciata dall’avv. Caterina Calia a Radiocane, li ringraziamo entrambi per il contributo. Qui trovate l’audio completo

Una ne fanno e dieci ne pensano. L’ultima trovata del Dap, il Dipartimento di amministrazione penitenziaria, e del ministero della Giustizia, in materia di annichilimento dei detenuti, riguarda una estensione dell’utilizzo della videoconferenza in sede processuale. Un dispositivo già sperimentato da anni per i reati di mafia e che ora si vorrebbe applicare a uno spettro sempre più ampio di imputati. Sono già diverse le richieste avanzate in questa direzione nei confronti di alcuni compagni (Chiara, Claudio, Adriano e Gianluca), già sottoposti a regimi speciali di detenzione quali l’Alta Sorveglianza (AS2). Un ulteriore ingranaggio nel meccanismo, consustanziale al sistema penale, teso ad annullare l’individuo, un tentativo d’indebolire gli anelli della solidarietà, uno strumento in più per facilitare l’emissione di una condanna, una patente violazione del diritto di difesa.

Su tutto ciò abbiamo chiesto alcune delucidazioni a un avvocato che difende Adriano e Gianluca.

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Le procure al servizio dei poteri forti – da Communianet

In questa sezione del blog pubblichiamo articoli e approfondimenti che riteniamo aggiungano utili elementi di riflessione sui meccanismi repressivi. Non ci interessa una perfetta coincidenza tra le nostre posizioni e quelle che qui ospiteremo. Ci preme piuttosto dare visibilità a quei contributi, provenienti dalle più svariate aree di movimento, che ci sembra facciano avanzare la discussione collettiva sulla repressione.

Da communianet un articolo del 22/05/2014 dello Sportello legale di Communia

stop alla repressione

Subito dopo la conferenza stampa indetta a seguito dell’approvazione del Decreto Lupi, sono stati arrestati, mentre erano ancora in piazza, Paolo Di Vetta e Luca Fagiano dei Blocchi Precari Metropolitani. Ancora una volta ci troviamo davanti ad una provocazione da parte delle forze dell’ordine e della magistratura nei confronti dei movimenti ed, in particolare, di quello di lotta per la casa, e all’ennesimo arresto di compagni, a cui, non senza difficoltà, nell’ultimo periodo, abbiamo iniziato a fare tristemente l’abitudine.

In questo caso però non si tratta di un arresto dovuto a disordini di piazza ma ad un cosidetto aggravamento della misura cautelare dell’obbligo di presentazione alla PG a cui i due erano sottoposti per i fatti del 31 ottobre 2013.
Dopo quel corteo, infatti, diversi compagni erano stati costretti alla misura degli arresti domiciliari per i reati di resistenza pluriaggravata e rapina aggravata, quest’ultima poi annullata dal Tribunale della Libertà e conseguentemente sostituita con la misura più lieve dell’obbligo di firma. Evidentemente il loro impegno nelle lotte di questi giorni, contro gli sgomberi avvenuti in questo mese e nella manifestazione del 12 aprile scorso contro il cosiddetto Piano Casa ed il Jobs Act, ha fatto ritenere al GIP e al Pubblico Ministero, impegnati su spinta anche di Digos e Polizia a pieno ritmo nella repressione dei movimenti di lotta per la casa, che la misura dell’obbligo di firma non bastasse più, riaggravandola con quella degli arresti domiciliari.
La decisione di aggravare nuovamente la misura cui erano sottoposti deve ancora una volta far riflettere: Paolo e Luca, infatti, non hanno mai violato quanto prescritto loro dal Tribunale, ma si sono limitati a partecipare alle mobilitazioni contro il decreto Lupi!
Si tratta di un segnale chiaro che ciò che si vuole reprimere è il dissenso stesso.

Per l’ennesima volta, insomma, la magistratura mostra il braccio di ferro verso i movimenti. Negli ultimi anni, infatti, abbiamo assistito ad una feroce offensiva nei confronti delle lotte sociali: in nome della legalità e dell’ordine pubblico – e ancor peggio della sicurezza dello Stato, concepito come un’articolazione separata da coloro, cittadini e non, che lo vivono – ogni mezzo previsto dall’ordinamento è stato utilizzato nei confronti di qualunque tipo d’iniziativa sociale o politica. La costruzione di parabole investigative di ogni genere, molto spesso pericolose e che hanno prodotto come loro conseguenza concreta anni di carcere per chi li ha subiti, ha lo scopo funzionale di affermare nell’opinione pubblica l’idea che chi si ribella allo stato di cose presenti è solo un delinquente.
Attraverso tali ipotesi accusatorie si spera quindi da un lato di reprimere e al contempo spaventare i movimenti sociali, e dall’altro isolarli dal possibile consenso che attraggono.
Non solo, infatti, abbiamo assistito ad una violenta repressione durante le manifestazioni, con scontri, cariche gratuite ed arresti indiscriminati, ma l’offensiva ha raggiunto anche altri fenomeni di autorganizzazione e di lotta: arresti, misure cautelari e procedimenti a piede libero contro chiunque esprima il proprio dissenso, dai lavoratori licenziati agli studenti, che tra l’altro si vedono costretti per la prima volta nella storia della Repubblica ad affrontare un processo per “Attentato agli organi Costituzionali” passando per i movimenti No TAV, No MOUS e contro le discariche; misure di prevenzione (avvisi orali e sorveglianza speciale); sgomberi di occupazioni abitative e di centri sociali; apposizione di sigilli; sequestri; multe; sanzioni amministrative… Davvero un grande affare!
Le procure sono diventate uno strumento di gestione e repressione dei movimenti sociali, giocando un ruolo cruciale, rispetto al quale la politica è sempre più mero spettatore.
Basti pensare che l’approvazione del decreto Lupi, se per un verso restringe le possibilità per gli occupanti di case (che sono poveri, non delinquenti!), d’altra parte stanzia fondi per l’Expo, che invece è un vero e proprio affare per delinquenti veri.
Le varie procure, del resto, avrebbero ben altro a cui pensare, invece di stare dietro a venditori di borse o ad occupanti di casa. Le procure non sono certo state create allo scopo di giocare un ruolo politico, eppure non riescono più a mascherare la loro funzione di protezione dei poteri forti. Ogni giorno si apprende di casi di corruzioni, appalti truccati, legami tra politica e mafia… ma l’unica ossessione dei Pm d’assalto sembra essere quella nei confronti dei movimenti sociali!
Ma vi è di più: sulla pelle dei compagni e delle compagne si testano e si mettono alla prova teoremi giudiziari, si prova a vedere fino a che punto l’ordinamento giuridico ed in particolare quello penale si possa piegare, spingere, possa creare eccezioni continue ai diritti acquisiti per reprimere, soffocare, controllare qualunque forma di dissenso in un periodo di crisi politica sociale e ed economica come quello che stiamo vivendo.
Così nei confronti di Chiara, Nicolò, Claudio e Mattia si è provato a vedere fino a che punto possa reggere l’accusa di terrorismo (artt. 280 e 280 bis, 270 sexies) c.p.) per fatti ben lontani da una tale imputazione;
nei confronti di Gianluca e Adriano si sta provando a limitare il diritto di difesa dell’imputato in un procedimento penale utilizzando per la prima volta la videoconferenza (prima usata solo per i 41 bis);
ed ancora nei confronti degli imputati per i fatti del 15 ottobre 2011, dopo le condanne di Genova, si sta provando a vedere fino a che punto possa reggere un’accusa di devastazione e saccheggio in caso di disordini di piazza.

Ciò che andrebbe indagato, inoltre, è quanto avviene ogni giorno nelle piazze. Bisognerebbe interrogarsi su come gli apparati di Polizia affrontano questa fase, con quali strategie e con quali conseguenze. La strategia di fondo sembra essere una: pugno duro nelle piazze e colpo di grazia nei Tribunali. Non può sfuggire, infatti, che spesso nei cortei, durante le cariche, vengono arrestate in modo indiscriminato persone che hanno la sola colpa di non essere riuscite a fuggire. Un caso emblematico sono gli arresti avvenuti durante la manifestazione del 19 ottobre 2013. Cariche e arresti indiscriminati hanno lo scopo di sottoporre a misure soggetti, spesso giovani incensurati, presi nel mucchio, nella consapevolezza che il risultato sarà quello di non rivederli mai più nelle piazze.
Che interesse ha lo Stato a definire un soggetto, che commette un reato bagatellare – come il reato di occupazione (che dovrebbe essere abolito) – come un soggetto pericoloso?
Come si fa a non ritenere un diritto occupare, ed un crimine, invece, imporre affitti che costituiscono furti sulla pelle della povera gente o portare avanti una speculazione che non è altro che furto aggravato e devastazione ambientale?
Si susseguono episodi di violenza e devastazione da parte dello Stato e dei suoi apparati, che non sono affatto frutto di mele marce, bensì di un ragionato e lucido modo di gestire le piazze e le possibilità di conflitto in questo paese. Nella consapevolezza che le suddette mele marce, come ha mostrato la carneficina di Genova, Bolzaneto e della Diaz, possono in realtà dormire sonni tranquilli.
Le campagne elettorali, tra cui l’ultima di Alfano, si giocano spesso proprio dove la crisi crea maggiore miseria e povertà. La creazione del nemico di turno, sia esso ultras, manifestante o immigrato, occupante di casa, studente, No Tav, No Global, è una vecchia tecnica del sistema repressivo, funzionale alla propria sopravvivenza, che cerca di deviare le menti dai problemi reali del paese, dalle politiche economiche devastanti e dai veri responsabili della devastazione e del saccheggio che ogni giorno tutti subiamo.

In conclusione, bisognerebbe riflettere sull’offensiva a 360° che investe chi lotta e prova ad esprimere dissenso, ponendo in campo strumenti di autorganizzazione e di riappropriazione di spazi; la risposta non può che essere unitaria e deve mirare a portare all’attenzione dell’intera società civile la spinta autoritaria che vive l’Italia in questo periodo.