Ciao Salvo

foto di Baruda

9 aprile 2020

 

Oggi se ne è andato Salvatore Ricciardi.
Mai come in questi giorni scanditi dalle curve di mortalità e dalle statistiche sui contagi, si rischia che il senso delle storie insieme singolari e relazionali di ognun* si perda nella banalità e nell’inflazione del numero.

Salvatore non è morto di Covid-19, ma i protocolli sanitari legati all’emergenza hanno imposto che i suoi ultimi giorni d’ospedale trascorressero in completa solitudine. Siamo sicuri che altrimenti in molti avrebbero attraversato la stanza di quell’ospedale per un ultimo saluto e crediamo che anche Salvatore avrebbe desiderato congedarsi così, salutando compagn* e amic* vecch* e nuov*.
La sua storia personale è stata segnata dalla lotta, dall’avventura collettiva e di classe, che dagli anni 60 ad oggi lo hanno visto sempre convintamente schierato dalla parte degli oppressi.
Salvo, che la galera se la portava dietro senza averlo cambiato, ha fino all’ultimo lottato contro quelle dannate sbarre con il pensiero sempre rivolto a chi vi è ancora rinchiuso. La sua voce, la sua esperienza e la sua memoria sono un patrimonio collettivo che lui non ha mai smesso di far circolare, di mettere in comune, per poter continuare a lottare.

Prova ancora. Fallisci ancora. Fallisci meglio.
Sulla prosa di Beckett ci davi consigli concreti da chi ha attraversato le lotte di ieri e immaginato quelle dell’oggi e di domani.
Fino alla fine: l’incidente che lo ha portato in ospedale è avvenuto durante un attacchinaggio.
E lo stesso giorno, il 7 marzo, il suo blog – un taccuino per gli appunti arguti aperto al mondo – pubblicava un appello per la liberazione dei detenuti e la loro sottrazione a quel destino di pandemia
concentrazionaria che lo stato sembra deciso a garantire per loro.

Abbiamo avuto la fortuna di conoscere Salvatore solo pochi anni fa, quando gli abbiamo chiesto di darci un parere su Costruire Evasioni, un libro sulla repressione dei movimenti sociali che stavamo ultimando.
In quell’occasione ci ha sbalordito la sua attenzione e la sua generosità. Nemmeno ci conosceva, ma dopo appena un paio di giorni da quando gli avevamo inviato il manoscritto ce lo ha restituito pieno di osservazioni acute e delle critiche sacrosante e meditate di chi si occupa del tema da una vita (e non solo per averne scritto in libri e blog, ma per averne affrontato il peso sulla propria pelle).
Il tutto per di più era accompagnato da una delicatezza ed un’umiltà che francamente è sempre più difficile ritrovare nel mondo superficiale e narcisistico che contribuiamo a costruire, anche fra
compagn*.

Non c’era nessun piedistallo nelle sue parole, nessuna lezione da imparare o teoria da rispettare. Curiosità, tanta, e ancor di più determinazione a lottare senza cedere alla fatica e allo sconforto.
Bastavano due sedie e il fumo della pipa avvolgeva discussioni che si ricamavano per ore attraversando decenni, oceani e immaginando strategie concrete per una pratica militante.
Gli siamo molto grati per averci dato questo esempio di naturalezza nella generosità, per averci regalato la sua preziosa visione scrivendo la prefazione al nostro libro e per averci accompagnato in
tre vivaci giornate di presentazione nella sua città.

Siamo stati fortunati a seguire quel berretto e quel sorriso sempre fresco e un po’ sfottente per le vie di Roma. Perché con i suoi racconti li abbiamo visti i proletari di Centocelle camminare per via dei castani e l’abbiamo sentita la rabbia dei discorsi ripetuti mille volte tra le volte del circolo del Tufello ai piedi delle case popolari. Abbiamo visto la generosità di un uomo, appena conosciuto,
che ci ha aperto le porte di casa per registrare l’intervista che sarebbe andata in onda durante il suo programma su Radio Onda Rossa; abbiamo apprezzato la capacità di intercettare e mettere in
relazione i rivoli delle diverse realtà politiche attente al discorso antirepressivo e anticapitalista, nell’instancabile necessità di analizzare ed agire nel presente.

 

È triste pensare che Salvo sia stato costretto a morire in solitudine, destino comune a molte altre persone in questo periodo.
Eppure, ci piacerebbe pensare che non è andata veramente così. In questi giorni in cui cercavamo notizie delle sue condizioni, piccole coincidenze e “telepatie” ci dicevano che non erano recisi i fili
tra tutti noi e lui.
Come è successo ieri, quando con la compagna romana che ci teneva informati via messaggio, ci
siamo stupiti a volerci telefonare nello stesso momento. O come è accaduto qualche giorno fa
quando uno di noi si è svegliato sudato dopo avere sognato Salvatore.

Ha detto Mauro Rostagno: Essere “compagni nel sogno” è quando cominci a vedere il mondo non solo nella dimensione banale che chiamiamo reale, ma anche nel suo rovescio meno banale e più
“reale”… non è solo un fenomeno politico. E’ la vibrazione che senti nell’aria, nel tuo corpo quando umiliano nel corpo o nei desideri qualcuno che può essere in Russia o in Spagna o all’Asinara.
Essere “compagni nel sogno” è intuire, sentire, amplificare, non rimanere chiusi.

Forse allora non è vero che Salvo è morto da solo e un po’ di lui resterà nei nostri sogni, nella nostra memoria e nelle nostre lotte. Forse, anzi sicuramente, il suo sguardo profondo, capace di carpire le connessioni tra il mondo dei reclusi e la realtà politica quotidiana ci ha visto giusto, ancora una volta: occorre essere consapevoli dell’importanza di “rimettersi le scarpe”, espressione che, come Salvo ci ha raccontato, nel gergo carcerario significa abbandonare la comodità delle pantofole per essere reattivi a quello che succede, capaci di non subire e contrattaccare. Esigenza più che mai attuale in questa fase in cui siamo tutti stati assoggettati a una sorta di condizione semicarceraria sul divano di casa.

Grazie di tutto Salvo
“Chi ha compagni non muore mai”

 

Prison Break Project

Cremona 2015 non è ancora finita

Inoltriamo il comunicato di Matteo, compagno condannato alla pena di 3 anni e 8 mesi per devastazione e saccheggio per la manifestazione antifascista del 24 gennaio 2015, a Cremona. Il 10 dicembre il tribunale di sorveglianza di Brescia deciderà sulle modalità di esecuzione della pena, ormai divenuta definitiva. Il comunicato è un invito ad unire le forze per una mobilitazione contro la repressione e contro l’articolo 419 del codice penale. Invito che noi rilanciamo pienamente.

Ciao a tutte e tutti,

sono Matteo, uno degli arrestati per la grande giornata antifascista del 24 gennaio 2015 a Cremona. Il 10 dicembre nel Palazzaccio di Giustizia di Brescia, ancora una volta, si terrà una triste e grigia udienza, presieduta da altrettanti tristi e grigi togati, che determinerà il mio prossimo futuro: come scontare, cioè, la pena divenuta oramai definitiva ad anni 3 e mesi 8 per il reato numero 419 del codice penale – alias l’ignobile devastazione e saccheggio.

 

A più di quattro anni da quel 24 gennaio, Cremona 2015 ancora non è finita.

 

In tantissimx di sicuro ricorderete i giorni di rancore, frustrazione e dispiacere che precedettero quella dirompente manifestazione e le notizie che giungevano dalla città dei violini, nella quale un compagno era stato massacrato durante un vile agguato fascista.

 

Quella volta il limite si era ampiamente superato, Emilio lottava fra la vita e la morte.

Ricorderete come in quella giornata, in migliaia, generosamente e coraggiosamente, decisero in prima persona e con i propri corpi di riempire le strade della città e di rispondere con determinazione alla vile aggressione operata da Casapound.

Arrivammo a Cremona per ribadire con fermezza che episodi di quel tipo non fossero più tollerabili e che fosse necessario, e sempre più urgente, opporsi con tenacia alla presenza di sedi fasciste, a Cremona ed altrove.

 

E quel meraviglioso sabato lo dimostrò ampiamente.

 

Il freddo pungente, l’odore acre dei lacrimogeni, l’assetto da guerra che ci accolse, non fermarono un corteo numeroso e determinato, che cercò in tutti i modi di raggiungere la sede cittadina dei seminatori di odio.

Attraversammo le strade della città, carichi di ira e di apprensione nel sapere un compagno quasi in fin di vita per mano dei camerati del terzo millennio e di quelle istituzioni che ancora una volta si erano distinte per la loro ambiguità e il loro atteggiamento da Giano Bifronte; da un lato, con la solita disgustosa retorica politichese, condannavano fermamente l’inaccettabile episodio di violenza, dall’altro, nel tempo e in passato, molto, troppo, avevano fatto per contribuire allo sdoganamento e alla legittimazione nei territori di Casapound e di altri rigurgiti nostalgici.

Era davvero troppo tardi per rimanere calmi.

Il fiume in piena quel pomeriggio dilagò rompendo qualsiasi tipo di argine.

 

La volontà giudiziaria riguardo i fatti di Cremona, fu quella di fare in fretta, di concludere quanto prima. Il ricorso ad una tipologia di reato come quella dell’art.419 – che evoca scenari apocalittici di manzoniana memoria, propri di una guerra civile –  e le conseguenti condanne, evidenziarono una totale complicità dello stato nell’avallare istanze neofasciste e xenofobe.

Ciò si rese ancor più evidente nel corso delle molteplici udienze, nei vari gradi di giudizio, incentrate sul tentativo di equiparare un’aggressione di matrice politica ben precisa ad una rissa e ad uno scontro tra bande. In tali sedi, inoltre, si è sostenuto, più e più volte, che fascismo ed antifascismo sono categorie storiche ampiamente superate, alla faccia di chi, proprio da chi si definisce fascista, era stato ridotto in fin di vita.

Come spesso accade in questi casi, si “colpì nel mucchio”, riesumando quel “reato dormiente” – almeno sino alla fine degli anni ’90 – di Devastazione e saccheggio, ereditato dal fascistissimo Codice Rocco del 1930 e mai riformato, già utilizzato per i fatti di Genova 2001, Milano 2006, Roma 2011, (successivamente anche a Milano in occasione di Expo 2015).

 

L’articolo 419 c.p. prevede pene detentive che vanno dagli 8 ai 15 anni e mira a colpire individui e movimenti nella loro fase aggregativa, in contesti di mobilitazione di piazza. Si tratta di un capo d’accusa utilizzato, ancora una volta, come efficace strumento di contrasto della conflittualità sociale poiché mira a dispensare condanne pesantissime e a‘devastare’ movimenti o grandi giornate di opposizione diretta.

 

Nella fattispecie cremonese, la tesi accusatoria affondò i suoi presupposti non concentrandosi sui “gravi comportamenti delittuosi e i molteplici danni” che scaturirono dalla rivolta antifascista, bensì affermando e sottolineando il fatto che la quiete, la pace e la ‘stasi sociale’ era stata turbata e messa in pericolo, individuando essa stessa, quindi, come condizione “normale” ed imprescindibile della società, da preservare con il massimo impegno e rigore.

La volontà, dunque espressa quel sabato, di ribadire con determinazione e fermezza che agguati nostalgici avallati da ambigui comportamenti istituzionali non erano più accettabili e tollerabili, si scontrò con l’inammissibile interruzione della “normalità”, della “pace sociale” e del “decoro urbano” della piccola provincia lombarda.

 

Senza dilungarmi troppo su come la terminologia che costituisce questo tipo di reato da un punto di vista semantico sia stata totalmente avulsa, storpiata e distorta dal potere costituito e dall’apparato giudiziario (cosa si intende per devastazione? cosa si intende per saccheggio? la precarietà di futuro e di vita a cui ci costringono può essere definita normale mentre il danneggiamento di 3 istituti bancari devastazione?!?!).

Credo sia bensì necessario cercare quanto prima di riflettere, discutere e confrontarci per tutelarci e difenderci da questo tipo di dispositivo giudiziario, oramai ampiamente sdoganato.

 

Di frequente – a partire dall’uso strumentale ed improprio di tale reato per le contestazioni di Genova 2001- le giornate di grande mobilitazione che hanno visto la partecipazione di numerosissimx  compagnx e che sono sfociate in dure e dirette pratiche di opposizione, hanno subìto questo tipo di repressione e la conseguente mannaia della sovra-determinazione giuridica.

 

La peculiare caratteristica del reato e le sue pene così elevate, sembrano particolarmente adatte a colpire situazioni di conflittualità di piazza molto diverse tra loro e spesso si è rivelato quanto mai difficile e complicato costruire percorsi di vicinanza e solidarietà ampi e duraturi nei confronti degli imputati e delle imputate.

I lunghi tempi processuali, le possibili gravità delle condanne, l’etichettamento diffamatorio da parte di organi statali e dell’opinione pubblica, le varie e variegate scelte processuali nell’affrontare processi in cui spesso sono solo e soltanto i giudici a decidere se una particolare situazione corrisponda o no alla fattispecie dell’articolo, seguendo criteri fumosi e alquanto contraddittori, hanno contribuito ad un disgregamento di percorsi solidali e di lotta orientati a contrastare tale dispositivo.

 

Non ho risposte e quantomeno risoluzioni adatte.

 

Qualche anno fa, quando correvano simultaneamente nelle procure di Roma, Milano e Cremona tre accuse di devastazione, si cercò insieme a tanti compagni e tante compagne generosx, fra cui l’infaticabile e inarrestabile Peppino, di mettere insieme e di far partire un percorso legato strettamente al reato di devastazione e saccheggio.

 

Credo sia necessario riprendere questo percorso.

 

Io, insieme a tantx compagnx e solidalx abbiamo una grande voglia di metterci in gioco e capire come e con quali mezzi si possa smontare tale reato, sia da un punto di vista politico sia da un punto di vista giudiziario/processuale, magari anche partendo dalla mia esperienza.

 

Intanto, abbiamo deciso assieme all’Associazione Bianca Guidetti Serra – che da anni si occupa di fornire sostegno legale e di affrontare tematiche come il carcere e la repressione dei movimenti sociali– di creare un fondo comune per sostenere le realtà che si oppongono a questo reato.

 

Vi abbraccio forte e ringrazio chiunque stia spendendo ogni singola energia in vista della prossima tappa giudiziaria.

 

Matteo

 

 

Info: articolo419lecce@libero.it

“Esclusi dal consorzio sociale”, di Salvatore Ricciardi. Un testo importante, da leggere e diffondere.

In Italia il dibattito sulla realtà della repressione, diretta contro l’opposizione politica o semplicemente contro gli esclusi sociali, e sulla sua emanazione più feroce e diretta – il carcere – è drogato e strumentalizzato da mantra ideologici, che ne impediscono una sua più libera espressione. Da ultimo le polemiche infami, agitate sia da destra che da “sinistra”, relative alla recente condanna della Cedu contro l’Italia per l’ergastolo ostativo, ovvero il “fine pena mai” per gli accusati di terrorismo e di reati legati al crimine organizzato. Per questi uomini e donne, per tutti quelli che non si pentono o non collaborano con le autorità, l’ergastolo ostativo si traduce nell’impossibilità di uscire da vivi dal carcere. Una strenua e violenta difesa del “fine pena mai” ha mostrato la faccia becera, forcaiola e giustizialista che caratterizza, con poche eccezioni, l’intero arco costituzionale. “E’ un regalo ai boss!”, “Falcone ucciso due volte”, “A Bruxelles non conoscono la realtà mafiosa”: da Fratelli d’Italia a Sinistra Italiana, da Repubblica a “Il fatto quotidiano”, un florilegio di reazioni e commenti di questa risma.

Ma anche i “bravi cittadini”, come li chiama Salvatore nel suo libro, hanno la tendenza ad appiattirsi su schemi e concezioni filo istituzionali, descrivendo e delineando un contesto in cui una massa informe di “disperati” “reietti” “oppressi”, in una parola, “vittime” richiede aiuto, perdono o urla la propria innocenza. In questo scontro tra concezioni opposte, ma di fatto stereotipiche (mostri da una parte, disperati dall’altra) manca il protagonismo di chi il carcere lo subisce, lo vive, lo trasforma con le proprie lotte. Mancano i detenuti.

Ecco che il libro di Salvatore ci aiuta in questo, dà voce ai “coatti”, ai rinchiusi, ai carcerati e fa sì che le loro vicende prendano vita e vengano conosciute anche fuori. “Il carcere non è trasparente”, afferma l’autore, ciò che realmente accade rimane anch’esso rinchiuso fra quattro mura. Lasciarlo uscire significa anche restituire dignità e parola ad un pezzo importante di storia, quello della lotta antirepressiva ed anticarceraria che affonda le proprie radici nelle lotte degli anni settanta, in cui lo scontro di classe era più evidente e profondo ed arriva fino ai giorni nostri. Le parole e le azioni delle persone imprigionate, che danno vita al sottotitolo del testo, sono quelle di un gruppo di detenuti che si porta dietro l’esperienza del ciclo di mobilitazioni di quarant’anni fa che incontra i “comuni” di oggi. Nel rifiuto del paradigma vittimario ma anche del sostrato fascista, o quantomeno autoritario, che permea la concretezza del carcere, al di là di ogni imbellettamento liberale.

Il testo è scaricabile all’indirizzo del link che postiamo di seguito. Il nostro invito è davvero quello di fruirne il più possibile, ringraziando la generosità di Salvatore che ne ha reso libera la circolazione.

Un libro è qui, potete scaricarlo e leggerlo!

Con Anna e Silvia e gli altri detenuti in sciopero della fame

Dal 29 maggio Anna e Silvia, due anarchiche detenute in attesa di giudizio nel carcere dell’Aquila, hanno iniziato uno sciopero della fame, seguite da altri cinque compagni detenuti nelle carceri italiane.

Hanno intrapreso questa forma di protesta per denunciare le condizioni di estremo rigore nella sezione di AS2 (Alta Sorveglianza per prigionieri politici).

Queste condizioni sono diventate nel carcere dell’Aquila di fatto molto simili per durezza e pervasività di controlli a quelle vissute dai detenuti sottoposti al regime di 41 bis, presenti in gran numero in questo carcere di massima sicurezza.

Ci sono mille considerazioni per attaccare il sistema di differenziazione alla base della logica repressiva del 41 bis e delle sezioni di Alta Sorveglianza, in quanto sistema di tortura di Stato e strategia di divisione e annichilimento della popolazione carceraria.

In questo momento tuttavia la nostra urgenza è dettata dal sostegno ad una scelta di lotta coraggiosa e radicale che arriva a mettere in gioco il proprio corpo e la propria stessa vita.

Crediamo che questa scelta non debba lasciare indifferente nessuno e che dovrebbe stare a cuore anche a chi cerca di portare un po’ di umanità dietro le sbarre.

Sui corpi di Anna e Silvia si gioca un esercizio di dominio repressivo che va persino aldilà delle stesse regole di cui l’ordinamento giuridico si è dotato riguardo alle differenziazioni di regimi carcerari. Di fatto al carcere dell’Aquila la sezione di AS2 non è altro che una sorta di 41 bis attenuato che ugualmente impone controlli pervasivi e degradanti ed il più stretto isolamento tra i detenuti e le detenute e tra questi ed il mondo esterno.

Lo stato vuole annichilire il corpo e lo spirito di coloro che sono stati etichettati come nemici pubblici.

Per questo sosteniamo la richiesta dei detenuti in sciopero della fame del trasferimento dall’AS2 dell’Aquila e la chiusura di quella sezione.

Due anni corrono veloci…

Due anni corrono davvero veloci, i testi che volevamo finire ingombrano il computer e alcune mail rimangono senza risposta per troppi giorni.

Due anni fa era il 5 maggio 2017, il giorno della pubblicazione del decreto Minniti ennesimo mattone della logica repressiva degli ultimi governi.

Due anni fa era anche il momento in cui  abbiamo pubblicato il nostro libro “Costruire Evasioni. Sguardi e saperi contro il diritto penale del nemico”.

Costruire evasioni, in un viaggio contro tutte le frontiere….

Per mesi ci siamo scambiati mail con le ultime “messe a punto” con i compagn* della casa editrice Bepress Edizioni di Lecce, con Andrea che ci ha accompagnato fino alle rotative. Da allora il testo è disponibile in libreria (dove spesso se non è fisicamente sugli scaffali, arriva in pochi giorni se l’ordinate) e sui diversi store online.

Anche se per sostenere più direttamente l’editoria indipendente e risparmiare vi consigliamo di andare qui : lo potete trovare al 30% di sconto e senza spese di spedizione!

Nel corso di questi due anni abbiamo cercato per quanto possibile di alimentare un dibattito di movimento contro la repressione. Ci ha fatto un grande piacere incontrare tante realtà da nord al sud, e discutere in situazioni completamente diverse ma accomunate dalla volontà di costruire opposizione sociale alla repressione di stato.

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OPERAZIONE RENATA. STORYTELLING PROVINCIALE PER UNA STRATEGIA NAZIONALE (seconda parte)

I reati inizialmente contestati nell’inchiesta “Renata” includono oltre al 270 bis (associazione eversiva e terroristica) anche il 280 bis (atto di terrorismo con ordigni esplosivi e micidiali). Come abbiamo scritto nella prima parte di questo intervento, queste due imputazioni sono oggi state indebolite dalla decisione del Tribunale del Riesame che ravvisa “solo” l’associazione sovversiva, oltre ad altri reati senza finalità di terrorismo. Ma non crediamo comunque che l’accusa abbandonerà facilmente la qualificazione terroristica delle imputazioni.

Fra gli episodi attribuiti alla fantomatica “associazione”, che farebbero parte del “programma eversivo e terroristico”, vi sono alcuni danneggiamenti, sabotaggi e botti che, nel corso di un paio di anni, hanno colpito obiettivi a vario grado legati a banche, sedi della lega, ripetitori, laboratori di ricerca collegati ad interessi bellici. Ma il dato interessante è che la stragrande maggioranza dei reati contestati, riguarda manifestazioni e presidi tenuti sia in provincia che fuori e comunque attività alla luce del sole con nessun collegamento diretto con le precedenti.

E’ importante notare come l’imputazione del reato associativo permette anche di attivare una sorveglianza invasiva dei sospetti. Si ottiene infatti facilmente in questi casi dal GIP il via libera per l’installazione di telecamere e microspie per captare ogni dettaglio e parola delle vite intime e usarlo, spesso con sapiente montaggio, per costruire l’accusa. Cio’ è avvenuto per l’inchiesta Renata con microspie in auto e finanche una telecamera nel citofono di casa. Ma anche a Torino nell’operazione Scintilla la curiosità degli inquirenti si è spinta fino alle camere da letto dell’Asilo Occupato.

Non è la prima volta che in Trentino si tenta la strada della criminalizzazione delle realtà antagoniste, nella fattispecie anarchiche, addossando loro l’etichetta del terrorismo e dell’associazione eversiva o sovversiva. Cinque volte in trent’anni, almeno tre volte negli ultimi 15 anni, l’articolo 270 bis del codice penale è stato utilizzato contro di loro.

I risultati processuali di questa criminalizzazione sono stati, alla fine, piuttosto miseri: sempre assolti in processo per i reati associativi, gli indagati sono stati sottoposti però a mesi di carcerazioni preventive, spesso in modalità aggravate, in isolamento o in modalità AS2 (chiusura della cella, blindo abbassato per non far vedere quello che c’è fuori, restrizioni alla socialità e ai colloqui, e così via).  Ed è proprio in reparti di AS2 che si ritrovano gli arrestati di queste inchieste, sparpagliati tra il carcere di Tolmezzo a Udine, quello di Ferrara e il femminile dell’Aquila.

Insomma con “Renata” ci riprovano, con gran dispendio di mezzi, uomini, soldi e con il sostegno di campagne mediatiche avviate dall’uomo forte del momento, il ministro dell’interno, che plaude all’operazione di “smantellamento della cellula terroristica trentina” attribuendosene, fra l’altro, i meriti politici. Aldilà della uscite da sciacallo spaccone cui ci ha ormai abituato il personaggio, è evidente che l’avanzamento in chiave reazionaria-sicuritaria, di cui la figura politica di Salvini è perfetta espressione, contribuisce ad accelerare e coordinare operazioni repressive costruite nel corso di diversi anni di indagine.

Il fatto che la regia dell’indagine sia posta ad un livello piuttosto alto è confermato dal coinvolgimento, oltre che dei ROS, anche della Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione. Apparati polizieschi che, proprio grazie alla qualificazione terroristica delle accuse, possono realizzare un coordinamento su scala nazionale parallelo a quello, svolto a livello di procure, dalla Procura Nazionale Antimafia e Antiterrorismo (è il decreto Alfano del 2015 ad aver aggiunto le competenze antiterrorismo alla procura antimafia).

È evidentemente il frutto di una scelta strategica che l’operazione Renata segua di poco quella di Torino contro l’Asilo, un luogo occupato dagli anarchici da 24 anni. Anche qui accuse di reati associativi (associazione sovversiva – articolo 270 codice penale) e di svariati altri reati, legati peraltro alla lotta contro il cpr (ex cie) di corso Brunelleschi. Anche qui dispendio di mezzi e forze dell’ordine nel militarizzare un intero quartiere di Torino (Aurora, dove si trovava l’Asilo), oltre al fermo di quasi venti persone e l’arresto di sette, messe in condizioni di isolamento.

Non è un caso, infine, che queste due inchieste siano intervenute subito dopo il discorso tenuto da Salvini – con il plauso degli alleati – che indicava la rotta da seguire: dopo gli immigrati tocca ai “criminali anarchici e comunisti” dei centri sociali e agli antagonisti in generale, tutti in galera e buttare via le chiavi.

Così come va ricordato che altre due inchieste per “associazione a delinquere al fine di occupazione di case” all’indirizzo dei compagni/e del Giambellino a Milano e di Prendocasa Cosenza sono arrivate subito dopo l’approvazione del “decreto sicurezza”.

In questo periodo, peraltro, sta entrando nel vivo il processo inerente l’inchiesta denominata “Robin Hood”, per quanto riguarda il Giambellino. Il 2 aprile, infatti, è iniziato il giudizio immediato a carico di otto compagni/e inizialmente arrestati lo scorso 23 dicembre e sottoposti da due mesi agli arresti domiciliari, con l’accusa di associazione a delinquere. Ciò che emerge con inquietante ripetitività è la volontà di interpretare le esperienze di lotta, anche più sociale che politica, come possono essere le occupazioni abitative, con la lente della criminalizzazione associativa.

Non è certo la prima volta che accade, diverse inchieste sono state fatte negli anni scorsi con presupposti molto simili, quello che colpisce attualmente è la frequenza e l’estrema somiglianza di caratteri repressivi con cui tali iniziative inquisitorie vengono messe in atto. Le operazioni contro i comitati del Giambellino e di Cosenza sono state eseguite lo stesso giorno contro due realtà politiche coinvolte in alcune occupazioni abitative, sulla base della medesima accusa di associazione a delinquere.

Il decreto sicurezza, voluto fortemente dalla Lega e accettato supinamente dai suoi alleati pentastellati ha sicuramente dato uno slancio forte alle velleità di procure e magistrati adibiti alla criminalizzazione delle lotta politica ed alla repressione di quelle che potremmo definire “forme di vita” che stridono con la configurazione del cittadino modello.

Se analizziamo il provvedimento, vedremo infatti che questo – sul fronte dell’irregolarizzazione degli emigranti, come la chiamerebbe il prof. Pietro Basso – prevede il prolungamento da tre a sei mesi della detenzione degli immigrati “irregolari” nei CPR, il radicale ridimensionamento del sistema SPRAR e la cancellazione del permesso di soggiorno per protezione sussidiaria, facendo perdere a migliaia di persone il titolo di una, seppur temporanea, regolarizzazione.

Lo stesso decreto, sul fronte della repressione delle lotte ha introdotto il reato di blocco stradale (con le aggravanti, si può arrivare fino a 12 anni) che intende colpire duramente scioperi e picchetti, ha inasprito di molto la disciplina del reato di occupazione di terreni o edifici (la pena è stata raddoppiata, fino a quattro anni di reclusione e la procedibilità è sempre d’ufficio), ha esteso la disciplina del DASPO e dell’utilizzo del Taser.

Questo doppio movimento contro gli stranieri e contro chi lotta è significativo. Teniamo a mente che l’inchiesta di Torino dà molta enfasi alla solidarietà praticata dagli anarchici nei confronti dei reclusi nel CPR, mentre a Milano e Cosenza si colpiscono occupazioni dove trovavano uno spazio abitativo sia italiani che stranieri. Uno degli obiettivi di queste operazioni sembra allora essere quello di stroncare la possibilità che il conflitto politico meno addomesticato e la condizione di grande precarietà vissuta dagli emigranti irregolarizzati si incontrino su un piano di lotte comuni.

In quest’ottica è significativo come sotto il mirino della Lega stia finendo il Si Cobas, uno dei sindacati di base maggiormente impegnato nell’organizzazione dei lavoratori, in gran parte stranieri, del settore della logistica. Proprio in questi giorni un’interrogazione di due consiglieri leghisti del Comune di Modena chiede interventi repressivi contro il sindacato, colpevole di fare il suo mestiere, ossia di “insinuarsi nelle aziende ritenute solide attraverso il rapporto con lavoratori connazionali impiegati nelle cooperative, intercettando, fra i lavoratori culturalmente più deboli, potenziali iscritti” e di “fare proselitismo per poi cogliere un pretesto sindacale e aprire lo stato di agitazione proclamando scioperi”.

L’offensiva giudiziaria contro i movimenti sociali e contro gli antagonisti è sempre stata presente, ma vi è stata un’accelerazione negli ultimi due decenni, soprattutto a partire dal G8 di Genova in poi, con l’uso sempre più spregiudicato dei dispositivi repressivi. L’associazione sovversiva ed eversiva è uno di questi: seguendo la logica del diritto penale del nemico colpisce direttamente le soggettività politiche più che le loro azioni (il 270 bis colpisce le associazioni che solo “si propongono” atti eversivi, mentre il 270 parla di una generica “idoneità” dell’associazione al fine sovversivo).

Adesso, se possibile, vi è stato un ulteriore avanzamento, con un coordinamento spudorato fra i dispositivi politici, mediatici e giuridici, tutti compartecipi a fare la propria parte nella criminalizzazione del dissenso e dell’antagonismo. Bisogna capire l’importanza della posta in gioco: se i reati associativi vengono applicati a dei gruppi privi di un’organizzazione strutturata come gli anarchici o comitati per il diritto all’abitare, domani sarà più facile colpire anche organizzazioni conflittuali come sindacati di base o associazioni e partiti che hanno una certa radicalità.

È necessario interrogarsi su come resistere all’offensiva. Tutti coloro i quali hanno a cuore la libertà e l’agibilità delle lotte dovrebbero stringersi attorno ai colpiti dalla repressione, tentare di rinsaldare i legami tra le soggettività in lotta, difendere con forza le mobilitazioni, le occupazioni abitative o politiche, i collettivi, i centri sociali e rigettare ogni logica di nemicità addossata agli avversari di turno del potere politico.

E’ solo con una rinnovata determinazione di lotta e coesione tra oppressi-e, che è possibile reagire e ripartire.

Solidarietà agli accusati/e del Trentino, di Torino, Milano e Cosenza!

Liberi/e tutti/e!

OPERAZIONE RENATA. STORYTELLING PROVINCIALE PER UNA STRATEGIA NAZIONALE (prima parte)

Saranno andati a seguire i corsi della Scuola Holden di Baricco i registi dell’ultima operazione antiterrorismo contro gli anarchici trentini? Quello che è certo è che lo storytelling è molto migliorato rispetto all’analoga inchiesta per 270 bis inscenata in regione nel 2012.

A cominciare dal nome. All’epoca, come sceneggiatori di Boris in crisi di creatività, avevano tirato fuori dal cappello il latinismo: Ixodidae. Non fu esattamente un’idea geniale chiamare in causa il nome scientifico della “zecca”, reminiscenza dell’appellativo che i fascisti usano da sempre contro i compagni. Stavolta hanno scelto il più sobrio “operazione Renata”, dal nomignolo che affettuosamente gli arrestati usavano per indicare l’auto di uno di loro. A suggerire che persino quando maneggiano il ferro rovente del terrorismo, gli inquirenti si sforzano di non perdere la tenerezza.

Ma andiamo con ordine.
Il giorno 19 febbraio, prima dell’alba, 150 uomini fra polizia, carabinieri e squadre speciali (con tanto di passamontagna e giubbotto antiproiettile) coordinati dal Ros (il Raggruppamento Operativo Speciale dei carabinieri che esegue i mandati di cattura degli accusati di mafia o terrorismo) fanno irruzione in una quarantina tra abitazioni private, circoli, palestre popolari, locali e luoghi di lavoro fra Trento, Rovereto e Bolzano. Il risultato: una ventina di indagati (non è ancora stato reso noto il numero esatto), perquisizioni, sequestri (in un caso addirittura di un’intera abitazione, assimilata dagli inquirenti a “covo”, per quasi un mese) e sette arresti.

Le modalità dell’operazione sono brutali, più di quanto non traspaia dai video ufficiali. Persone svegliate alle quattro di notte da agenti armati, abitazioni di parenti, amici o anche solo conoscenti messe sottosopra, irregolarità diffuse e violenze (perquisizioni senza testimoni o effettuate di nascosto, in un caso addirittura l’indagato viene fatto inginocchiare con la testa appoggiata alla parete e con pistola puntata alla tempia). Probabilmente il tutto viene confezionato al fine di scioccare il più possibile la comunità politica di riferimento e criminalizzare preventivamente la stessa agli occhi dell’opinione pubblica (se vengono trattati alla stregua di mostri o mafiosi vuol dire che lo sono davvero).

D’altro canto, una così generosa infornata di arresti e perquisizioni, eseguiti con l’affiancamento alle truppe antiterrorismo delle troupes giornalistiche, sono solo la scena madre di un’operazione mediatico-poliziesca costruita come un banale action movie all’americana. Di quelli che, pur senza trovate particolarmente originali né interpretazioni attoriali davvero convincenti, sanno tuttavia procedere senza grossi cali di tensione narrativa.

Il prologo è di pochi giorni prima, quando viene dato grande risalto alla riunione straordinaria del Comitato per l’ordine e la sicurezza della città di Rovereto, convocata affinchè il prefetto Lombardi e il nuovo governatore provinciale leghista Fugatti possano ammonire tutti su quello che è il pericolo numero uno in città: gli anarchici. Si scoprirà poi che la conferenza era stata preceduta di un solo giorno dalla firma ai mandati di perquisizione e di arresto dell’operazione Renata.

Ma il vero colpo di scena avviene poche ore prima che scattino gli arresti. In una piccola stazione ferroviaria vicino Trento, dove già si era verificato un attacco incendiario attribuito agli anarchici, il rogo di una centralina elettrica paralizza il traffico per un paio d’ore. Così, mentre gli inviati dei giornali nei “covi della cellula terroristica” preparano il materiale per i titoli del giorno dopo, in redazione si lavora alacremente per annunciare in prima pagina a caratteri cubitali: ATTENTATO ALLA STAZIONE.

Piccolo spoiler: un paio di settimane dopo, in qualche trafiletto in ventesima pagina si è rettificato che l’incendio alla stazione non era di origine dolosa. Eppure, ecco come il quotidiano Adige aveva in prima battuta argomentato l’attribuzione agli anarchici del fatto: un notevole quantitativo di carta è stato fatto bruciare accanto a una serie di centraline elettriche, che sono poi esplose per il calore. La porta del locale di servizio è stata forzata, come hanno verificato gli agenti della polizia locale giunti sul posto insieme ai pompieri”. Insomma,qualche malizioso potrebbe insinuare che, se qualcuno ha appiccato le fiamme, lo ha fatto per attirare l’attenzione sulla pericolosità degli anarchici proprio nel momento in cui si eseguiva l’operazione repressiva.

L’operazione “Renata”, secondo le parole espresse durante la conferenza stampa del Ros che si tiene a Roma il giorno degli arresti, sarebbe volta a sgominare una “associazione eversiva e terroristica” il cui fine è la sovversione dello stato mediante il compimento di numerosi atti di violenza “indiscriminata” e i cui membri sarebbero pronti perfino ad uccidere per portare avanti l’ideale di società anarchica.

Quest’ultimo particolare emergerebbe da un frammento di un’intercettazione ambientale nell’abitazione degli indagati, in cui viene captata una considerazione generale e piuttosto ovvia sulla rivoluzione (“come pensi di fare la rivoluzione senza ammazzare nessuno”), una dichiarazione che non sarebbe nemmeno di paternità degli arrestati. Eppure l’occasione è troppo ghiotta per non essere enfatizzata e strumentalizzata a volontà dagli organi di stampa che si prodigano in titoloni così smaccatamente sensazionalistici (“Erano pronti ad ammazzare”) da somigliare in maniera inquietante a quelli di un racconto distopico che avevamo fatto uscire su questo blog solo qualche mese fa.

Insomma, la costruzione mediatica-poliziesca di tutta l’operazione sembra presa dal manuale “come costruire il folk devil perfetto per una sonnolenta città di provincia”. Non vengono ripetuti gli errori di copione commessi con Ixodidae, in cui la scelta sia dei principali personaggi imputati, trentini e piuttosto conosciuti a livello locale (e non solo), sia della tempistica, letteralmente alla vigilia di una grossa manifestazione No Tav in Trentino, aveva portato il pubblico ad immedesimarsi più nel ruolo dell’antieroe che in quello dello sbirro.

Con Renata invece si agisce in un momento di relativa debolezza della conflittualità sociale. Per il ruolo dei “cattivi” si selezionano giovani compagni attivi nelle lotte (in quelle contro il Tav, ad esempio, ma anche in quelle antirazziste e a fianco dei lavoratori), ma poco noti fuori dal giro militante e quasi tutti “foresti” (ossia forestieri, in dialetto trentino. I giornali hanno più volte sottolineato come solo 2 dei 7 fossero trentini). In un tale contesto, la scelta di non mostrarli mai in foto e una simpatica intervista al parroco che li descrive come ragazzi che sembrano a postissimo, sembra lavorare a rinforzare il topos narrativo dell’“insospettabile terrorista della porta accanto”.

In conclusione, tutta l’operazione lavora (in maniera sufficientemente riuscita purtroppo) sulla performatività comunicativa. C’è una collaborazione evidente tra forze di polizia e giornalisti, non solo nella presentazione delle perquisizioni e degli arresti, ma anche nella scelta di quali aspetti evidenziare e quali mettere in secondo piano. L’accusa di terrorismo viene ripetuta a spron battuto sulle prime pagine e sui TG nazionali, diventando tag per categorizzare la ricerca delle notizie sugli arresti. Al contrario, quando il 19 marzo, si viene a sapere che in sede di riesame l’accusa di terrorismo è caduta, lasciando il posto a quella di associazione sovversiva, alla notizia non viene dato quasi nessun risalto.
Signori e signore, il nemico pubblico è servito!

Sarà veramente passato questo messaggio? In questi giorni i compagni e le compagne stanno moltiplicando gli sforzi nel cercare di spiegare l’entità delle accuse e della posta in gioco. Assemblee, comizi, presidi sotto le carceri dove sono stati portati i compagni e un corteo per le vie cittadine hanno espresso la determinazione nel difendere le persone e le pratiche per cui sono criminalizzate, rispedendo al mittente l’accusa di terrorismo.

Che gli sforzi raggiungano l’obiettivo dipende anche dal contributo di tutte e tutti nel dare concretezza alla solidarietà, anche da prospettive e con modalità diverse da quelle di chi è sotto inchiesta, nella consapevolezza che l’offensiva in corso ci riguarda tutti.

Contributo che sarà tanto più determinante quanto più saprà coinvolgere diverse aree politiche, militanti e non, e saprà guardare all’intera architettura che sostiene l’operazione repressiva, che non riguarda solo i processi o i mandati di cattura. Come vedremo meglio nella seconda parte di questo contributo, i padrini politici che intendono profittare di questo clima di caccia alle streghe o caccia la militante rivoluzionario sono parte del governo giallo verde, ministro dell’Interno in primis ma non solo.

Pezzi importanti del governo hanno patrocinato e parteciperanno ad una tre giorni di incontri a Verona, il 29, 30 e 31 marzo, giorni in cui i peggiori negazionisti, filofascisti e omofobi daranno convegno e propaganderanno le loro dottrine liberticide. Anche questa è repressione, anche di questo le strutture repressive si alimentano.

Sabato 30 marzo ci saranno due manifestazioni. Una si terrà a Torino, contro il clima plumbeo che si respira nella città piemontese (e non solo) e contro l’attacco a spazi sociali e realtà militanti accusate di reati associativi e messi in carcere. Lo stesso giorno, a Verona, si terrà un corteo nazionale volto a negare agibilità politica al Congresso Mondiale delle Famiglie patrocinato dal ministro leghista Fontana.

Sono entrambe iniziative cui è importante partecipare. La lotta contro la criminalizzazione, gli sgomberi, gli arresti dei compagni/e va di pari passo con la lotta contro l’oscurantismo becero e bigotto, la repressione politica è anche repressione di corpi e desideri dei soggetti altri.

A mostrare il legame tra queste due mobilitazioni vi sono anche le parole del presidente della Provincia di Trento, il quale ha rivendicato le cariche poliziesche contro chi contestava una conferenza organizzata sul modello del Congresso di Verona e ha motivato la tolleranza-zero contro ogni forma di dissenso agitando lo spauracchio del nemico pubblico anarchico.

CONTRO IL PATRIARCATO!
CONTRO LA REPRESSIONE!
NIC, POZA, SASHA, STECCO, RUPERT, AGNESE, GIULIO, LIBERI/E!
LIBERI/E TUTTI E TUTTE!

 

[Fine prima parte. Nella prossima pubblicazione guarderemo al contesto politico e giuridico in cui l’operazione Renata si inserisce]

Prison Break Project a Udine il 2 febbraio

Sabato 2 febbraio, alle ore 18:00, Prison Break Project sarà ad Udine, al bar La Girada in via Baldissera, con l’Assemblea Permanente contro il carcere e la repressione.

Avremo con noi copie di Costruire Evasioni e dell’opuscolo “Quando lo stato spara sulla folla”. Presenteremo il libro e parteciperemo alla discussione su repressione dei movimenti e diritto penale del nemico.

Di seguito il volantino dell’iniziativa.

Quando lo stato spara sulla folla. Le armi non letali come ingrediente della repressione

QUANDO LO STATO SPARA SULLA FOLLA

Le armi non letali come ingrediente della repressione

Le armi non letali e il loro uso contro i movimenti sociali

– le novità in Italia e l’esempio della Francia –

 

Quali obiettivi e che logiche sono legati all’impiego di questi strumenti? 

II° edizione aggiornata, luglio 2018

 

Luglio 2018

Nell’inverno 2016 Prison Break Project ha partecipato ad una chiacchierata al circolo Mesa di Montecchio Maggiore (Vi) organizzata da Alte/Reject in cui si parlava di repressione e nuove armi a disposizione delle polizie europee con un’attenzione particolare a Italia e Francia. A distanza di tempo vogliamo mettere a disposizione dei materiali sulle armi non letali in Francia che avevamo preparato per accompagnare la discussione: una panoramica rivolta a presentare le modalità d’uso delle flashball e più in generale delle armi non letali da parte della polizia francese.

Vogliamo inoltre proporre delle riflessioni su quest’impiego di strumenti tecnologici e militari volti a spezzare le forme di organizzazione del conflitto sociale.

Come era prevedibile, l’adozione di tali armi coinvolge anche l’Italia dove sono finora meno conosciute. Nel marzo 2018 il governo ha dato il via libera a una sperimentazione del Taser in Italia. A luglio è stato emanato il decreto con cui il ministero autorizza la dotazione sperimentale dell’arma in 11 città italiane e dà mandato di acquisto per 30 dispositivi. Per questo abbiamo deciso di aggiornare l’opuscolo con una seconda edizione con i dettagli dell’adozione di questo armamento nel contesto italiano oltre alle evoluzioni dell’impiego generalizzato delle armi non letali nelle lotte sociali in Francia.

Questo scritto vuole ripercorrere – seguendo uno spazio temporale dal 2009 ai giorni nostri, anche a partire da esperienze dirette –  alcuni episodi che riteniamo stimolanti per comprendere la logica dell’uso delle armi non letali e la loro banalizzazione tra Francia e Italia.

 Partiremo dalla presentazione di un caso particolare: quello del collettivo “8 juillet” che prende il nome dall’8 luglio 2009, giorno in cui, a Montreuil – in periferia di Parigi – dopo lo sgombero di uno squat la polizia ha attaccato con i proiettili di gomma una manifestazione di solidali. In cinque sono stati feriti a nuca, fronte e clavicola. Jo ha perso un occhio. Da allora il collettivo “8 juillet” si organizza per fare inchiesta e difendersi della violenza poliziesca sia nelle strade che nelle aule dei tribunali.

Successivamente approfondiremo la tematica dell’arsenale delle armi cosiddette non letali in dotazione della polizia francese e del loro impiego nelle manifestazioni, sottolineando la logica repressiva alla base del loro utilizzo. Per dare un’idea delle loro caratteristiche presentiamo delle schede tecniche di queste armi, oltre ad analizzare il contesto italiano e la recente adozione del taser.

Questo dossier è composto da diversi testi, materiali e video sottotitolati per cercare di presentare le armi non letali e le logiche che sottendono il loro impiego riflettendo sia sul contesto francese che su quello italiano.
Una versione del testo senza i materiali multimediali ma da leggere e stampare è disponibile in formato .pdf

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Quello che non c’è. Tre lingue e un’appendice, di Isuf Ifusi

 

Abbiamo scelto di pubblicare il racconto su Francesco e Maria perché ci permette di vedere “in azione” alcuni dei dispositivi implicati nel diritto penale del nemico.

Lo faremo attraverso tre testi che parlano tre diversi linguaggi: il sensazionalismo moralizzante dei giornali; il delirio asettico e involontariamente comico di un atto giudiziario; infine, quella che vorremmo fosse la nostra lingua, il parlare autentico e intimo di chi lottando vive.

Vi presentiamo quindi i link ai tre brani, in ordine inverso a quello logico e cronologico degli eventi narrati. Consigliamo di seguire tale sequenza anche nella lettura/ascolto, per percorrere un ideale sprofondamento dalla superficie verso il centro della vicenda.

La vicenda narrata ci permette di affrontare alcuni dei temi del libro Costruire Evasioni. Sguardi e saperi contro il diritto penale del nemico del collettivo Prison Break ProjectIn appendice spieghiamo cosa c’è di vero e cosa di verosimile in questa faccenda.

Francesco e Maria non sono delle vittime, sono forse innocenti rispetto alle accuse che sono state loro rivolte, ma non sono di certo innocui. Come sentirete dalle loro stesse voci si stavano organizzando per mettere a segno qualcosa, anche se chi li ha messi in arresto non ha nemmeno capito di cosa si tratta.

 

Solidarietà a chi sogna di realizzare

Quello che non c’è

 

 

L’articolo esce lo scorso 8 maggio sul Gazzettino di Milano e passa praticamente inosservato, salvo le dichiarazioni di circostanza dei vari esponenti politici.

In quel momento a dominare la scena mediatica nazionale è la notizia che Mattarella ha verificato la possibilità di un governo Lega/5 stelle con affidamento della Presidenza del Consiglio ad una personalità terza. E’ lo sblocco di un impasse istituzionale che dura da due mesi, chi vuoi che se ne importi dell’ennesimo arresto di due sovversivi?

Eppure l’articolo parla di terrorismo, di attentati che avrebbero potuto colpire Renzi e Marchionne, di un’operazione di polizia in grande stile. Ma, evidentemente, ai tempi dell’Isis il “terrorismo” nostrano è una nota di colore da inserire nella colonnina delle news curiose e grottesche, corredata degli estratti delle intercettazioni telefoniche che smascherano i due mostri, giusto per attizzare il voyeurismo di qualche lettore annoiato.

 

Clicca qui per leggere l’articolo del Gazzettino di Milano

 

I brani dell’intercettazione pubblicati dal giornale:

 

 

L’atto del PM Folliero a cui l’articolo del Gazzettino di Milano fa riferimento (citandola erroneamente come ordinanza cautelare) è in realtà una richiesta al giudice di applicazione della custodia cautelare per Francesco e Maria. Appare sullo stesso sito del quotidiano on-line e rimane scaricabile per qualche ora. Qualcuno dalla Procura, resosi conto dell’inopportunità della cosa, deve essersi in seguito mosso per ordinarne l’oscuramento.

Siamo comunque riusciti ad avere copia di un estratto e lo riportiamo nel link cliccabile qui sotto.

 

Leggi l’estratto della richiesta di applicazione della custodia cautelare

 

L’atto della procura parla di un’oscura sigla terroristica, l’FRS. Ciò per cui Francesco e Maria sono sotto indagine è di fatto la loro militanza antifascista, il loro dichiararsi contro partiti e questura, la disponibilità alla violenza politica. Ma ad essere sotto accusa sono anche le loro fantasie, i loro gusti musicali, i loro riferimenti culturali. Quello che nell’articolo del Gazzettino di Milano è il progetto di attentati contro esponenti di spicco del sistema (Renzi e Marchionne) nelle carte della procura ha appena lo spazio di un breve virgolettato “sparamo a Renzi o a Marchionne, va‘”.

I riferimenti ad atti concreti commessi dai due compagni sono quindi piuttosto vaghi. Alcune deduzioni sono spericolate e chiaramente frutto di fraintendimento, come il collegamento con un volantone apparso anni prima dal titolo aletheia , quando con tutta probabilità nella conversazione intercettata ci si vuole riferire proprio al concetto filosofico di aletheia (la verità che scaturisce dalla ricerca, contrapposta alla doxa che indicava per gli antichi greci il mondo delle opinioni preconfezionate).

Per stessa ammissione del firmatario della richiesta di arresto, la procura ignora quali azioni concrete i due indagati stiano preparando, ma “si può presumere che siano legate alle lotte sul fronte carcerario“. Eppure evidentemente dall’intercettazione emerge materiale sufficiente per decidere che sono nemici dello stato.

 

Ma cosa vogliono dirsi veramente Francesco e Maria?

Cosa sfugge alla lente deformata degli inquisitori?

Cosa viene ucciso dalla vivisezione della loro conversazione?

 

 

 

 

Appendice al racconto

Abbiamo scelto di pubblicare questo oggetto narrativo perché ci sembra metta in scena efficacemente i dispositivi tecnici e linguistici usati contro il nemico pubblico. Sebbene il racconto rechi i segni dello sguardo del suo autore (Isuf Ifusi è lo pseudonimo di uno dei compagni di Prison Break Project), l’idea che ne è alla base è maturata mentre studiavamo alcune inchieste contro gruppi di militanti legate ad accuse di terrorismo e ai reati associativi.

Come proviamo a mostrare nel nostro testo “Costruire evasioni”, edito da Bepress, il tono distopico del racconto rappresenta appena un’estremizzazione delle concrete dinamiche che vengono attivate in relazione a questo tipo di accuse.

Il terrorismo e i reati associativi assumono una funzione performativa: semplificando, basta chiamare qualcuno terrorista, sovversivo o eversore dell’ordine democratico per indirizzargli immediatamente un pesante stigma sociale e gravi provvedimenti giudiziari di limitazione della libertà.

Si tratta infatti di configurazioni giuridiche e mediatiche deliberatamente costruite intorno alla criminalizzazione non di condotte concrete, ma piuttosto della stessa soggettività di chi viene colpito. Perciò ad essere sotto accusa in questi casi sono l’ideologia, le relazioni tra le persone, i loro progetti, in fondo i loro sogni rivoluzionari.

Per poter realizzare questa sorta di processo alle intenzioni, l’uso delle intercettazioni acquisisce un ruolo fondamentale. Perciò la repressione democratica rende lecito nei confronti del nemico pubblico ciò che i regimi totalitari operano su scala più sistemica: origliare in maniera capillare e costante “le vite degli altri”, rovistare tra le pieghe dei loro discorsi, rubare fotogrammi della loro vita più intima. Non ci stupisce quindi che tra i numerosi congegni di “voyeurismo poliziesco” ritrovati negli ultimi mesi da compagni/e anarchici/e, vi sia anche una microtelecamera nella cucina di un’abitazione.

Abbiamo avuto una conferma del ruolo fondamentale e multiforme delle intercettazioni analizzando l’inchiesta “Ardire”, ordita qualche anno fa dalla procura di Perugia contro compagni/e accusati di aderire alla Federazione Anarchica Informale.

Come evidenziamo nel lavoro di analisi di tale inchiesta (di prossima pubblicazione sul nostro blog), in molte delle frasi selezionate dagli inquirenti gli indagati esprimono semplicemente le loro convinzioni ideologiche, le quali vengono valorizzate per attribuire l’adesione al progetto “eversivo”. Così, dichiarazioni sulla necessità di abbattere il carcere, di combattere le politiche securitarie, di essere solidali con i detenuti, diventano motivo di attribuzione della responsabilità di azioni ed attentati realizzati all’interno di una campagna di solidarietà con i detenuti.

Tuttavia la funzione repressiva delle intercettazioni non si ferma qui, perché servono anche a sbattere il mostro in prima pagina. L’atto della procura di Perugia con cui sono stati chiesti gli arresti nell’operazione Ardire riporta molte intercettazioni irrilevanti dal punto di vista giuridico, ma utili a gettare pubblico discredito su indagati e indagate, oltre che a seminare zizzania nel movimento. Non è un caso che tale atto sia stato dato in pasto ai giornali che l’hanno pubblicato integralmente.

Insomma, contrariamente a quanto prescriverebbe la legge, l’intercettazione è come il porco, non si butta via niente. E se un elemento non ha diretta valenza incriminatrice magari però può servire ad alimentare la gogna mediatica contro il nemico pubblico. Macchine del fango di cui nessun Saviano si occuperà mai, perché ad esserne oggetto sono soggetti incompatibili con il ruolo della vittima.

Un esempio eclatante di questo tipo di operazioni è un articolo apparso sull’Espresso qualche anno fa. La sedicente “inchiesta” in verità si limitava a glossare, in maniera molto più spinta di come il Gazzettino di Milano fa nel nostro racconto, ampi stralci delle intercettazioni della Digos di Bologna. Cazzeggi tra compagni, goliardia becera e sparate paradossali diventano materiale ghiottissimo per costruire un “pezzo” che ha per sottotitolo “emerge che nella cosiddetta area insurrezionalista c’è anche chi vuole picchiare gli extracomunitari e chi spera di ‘sottrarre terreno’ ai fascisti prendendosela con i gay”.

L’articolo è costruito secondo tutti i crismi della campagna di panico morale, con sfoggio di giudizi moralistici da circolo Auser (“non c’è un’ideologia di base ma solo una serie di slogan “anti””), insulti che non la mandano a dire (“Gli insurrezionalisti che fanno capo al gruppo di Bologna sono violenti e paranoici”) e annunci di imminenti apocalissi (“oggi le comuni insurrezionaliste sparse in Europa sentono che è arrivato il loro momento: la crisi economica e le manifestazioni di protesta gli offrono l’occasione per prendere il controllo della piazza”).

Il sociologo inglese Stanley Cohen ha spiegato perfettamente come funziona: basta manovrare l’opinione pubblica paventando l’avvento di un mostro sociale (un folk devil), coinvolgere quanti più imprenditori morali si riesce in questa campagna di moral panic, calare infine la mannaia della reazione repressiva. E’ così che si costruisce socialmente il nemico pubblico.

Per intercettare i “sospetti” si spendono in Italia 250 milioni di euro all’anno. Con la legge finanziaria del 2017 una parte di questa spesa viene secretata perché passa dalla competenza del Ministero di Giustizia al comparto dei… Servizi Segreti! Non sappiamo quanta parte di queste spese siano rivolte ai processi di compagni e compagne. Nè sappiamo quanto sia il denaro stanziato per geo-localizzare o per video-riprendere.

Sappiamo però che i processi per “associazione sovversiva” o per “associazione con finalità di terrorismo”, i quali si fondano sistematicamente sulle intercettazioni, finiscono quasi sempre con l’assoluzione dal reato associativo (spesso dopo lunghi periodi di detenzione cautelare).

Ma, come dicevamo, le intercettazioni servono ad altri scopi che non a quello di fornire prove di colpevolezza giuridica. E possono rapidamente diventare uno strumento di controllo eccezionale, facilmente estendibile anche al di fuori della repressione dei reati, soprattutto in un’ambiente sociale in cui occhi e orecchie umane sono ormai surclassati dai loro omologhi elettronici.

Inoltre, le intercettazioni rendono chiunque potenzialmente ricattabile e sottomesso, nel momento in cui ogni frammento di vita personale può essere esposto allo sguardo pubblico, anche a prescindere da responsabilità giuridiche.

Ce lo ha mostrato con la sua solita cruda esattezza la serie TV Black Mirror, con l’episodio “Zitto e balla”. In cinquanta minuti di serratissima tensione narrativa i personaggi vengono costretti a fare di tutto sotto la semplice minaccia di rivelare alcuni particolari della loro vita più intima, catturati da una telecamera. Ognuno di loro ha qualcosa da nascondere a tutti i costi, così come nella vita di ciascuno di noi ci sono (per fortuna) parti che non vorremmo sbandierare ai quattro venti.

Non è certo semplice sottrarsi al dispositivo dell’intercettazione in una “società della trasparenza”, in cui domina la compulsione a scoprire integralmente allo sguardo pubblico gli aspetti più reconditi di ciascuna esistenza. Ugualmente non è facile combattere la forza repressiva delle accuse di terrorismo in un ordinamento il diritto penale del nemico assume sempre più peso.

Per questi stessi motivi, tuttavia, trovare i modi per contrastare questi meccanismi è fondamentale, non solo per i militanti e le militanti, ma per la libertà di ciascuno e ciascuna.

 

 

RINGRAZIAMENTI

Un grazie di cuore a Laura e Stefano che hanno prestato le loro voci e il loro genio ai personaggi di Francesco e Maria (qui il loro sito, per avere un’idea delle belle cose che fanno: http://www.teatridellaviscosa.com). Grazie a Denis per i suoi preziosi consigli, a Daniela per l’aiuto grafico e a Luca per il supporto tecnico. E grazie agli amici e alle amiche che hanno letto e dato un parere: Gianluca, Martina, Francesco, Stefania.