OPERAZIONE RENATA. STORYTELLING PROVINCIALE PER UNA STRATEGIA NAZIONALE (seconda parte)

I reati inizialmente contestati nell’inchiesta “Renata” includono oltre al 270 bis (associazione eversiva e terroristica) anche il 280 bis (atto di terrorismo con ordigni esplosivi e micidiali). Come abbiamo scritto nella prima parte di questo intervento, queste due imputazioni sono oggi state indebolite dalla decisione del Tribunale del Riesame che ravvisa “solo” l’associazione sovversiva, oltre ad altri reati senza finalità di terrorismo. Ma non crediamo comunque che l’accusa abbandonerà facilmente la qualificazione terroristica delle imputazioni.

Fra gli episodi attribuiti alla fantomatica “associazione”, che farebbero parte del “programma eversivo e terroristico”, vi sono alcuni danneggiamenti, sabotaggi e botti che, nel corso di un paio di anni, hanno colpito obiettivi a vario grado legati a banche, sedi della lega, ripetitori, laboratori di ricerca collegati ad interessi bellici. Ma il dato interessante è che la stragrande maggioranza dei reati contestati, riguarda manifestazioni e presidi tenuti sia in provincia che fuori e comunque attività alla luce del sole con nessun collegamento diretto con le precedenti.

E’ importante notare come l’imputazione del reato associativo permette anche di attivare una sorveglianza invasiva dei sospetti. Si ottiene infatti facilmente in questi casi dal GIP il via libera per l’installazione di telecamere e microspie per captare ogni dettaglio e parola delle vite intime e usarlo, spesso con sapiente montaggio, per costruire l’accusa. Cio’ è avvenuto per l’inchiesta Renata con microspie in auto e finanche una telecamera nel citofono di casa. Ma anche a Torino nell’operazione Scintilla la curiosità degli inquirenti si è spinta fino alle camere da letto dell’Asilo Occupato.

Non è la prima volta che in Trentino si tenta la strada della criminalizzazione delle realtà antagoniste, nella fattispecie anarchiche, addossando loro l’etichetta del terrorismo e dell’associazione eversiva o sovversiva. Cinque volte in trent’anni, almeno tre volte negli ultimi 15 anni, l’articolo 270 bis del codice penale è stato utilizzato contro di loro.

I risultati processuali di questa criminalizzazione sono stati, alla fine, piuttosto miseri: sempre assolti in processo per i reati associativi, gli indagati sono stati sottoposti però a mesi di carcerazioni preventive, spesso in modalità aggravate, in isolamento o in modalità AS2 (chiusura della cella, blindo abbassato per non far vedere quello che c’è fuori, restrizioni alla socialità e ai colloqui, e così via).  Ed è proprio in reparti di AS2 che si ritrovano gli arrestati di queste inchieste, sparpagliati tra il carcere di Tolmezzo a Udine, quello di Ferrara e il femminile dell’Aquila.

Insomma con “Renata” ci riprovano, con gran dispendio di mezzi, uomini, soldi e con il sostegno di campagne mediatiche avviate dall’uomo forte del momento, il ministro dell’interno, che plaude all’operazione di “smantellamento della cellula terroristica trentina” attribuendosene, fra l’altro, i meriti politici. Aldilà della uscite da sciacallo spaccone cui ci ha ormai abituato il personaggio, è evidente che l’avanzamento in chiave reazionaria-sicuritaria, di cui la figura politica di Salvini è perfetta espressione, contribuisce ad accelerare e coordinare operazioni repressive costruite nel corso di diversi anni di indagine.

Il fatto che la regia dell’indagine sia posta ad un livello piuttosto alto è confermato dal coinvolgimento, oltre che dei ROS, anche della Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione. Apparati polizieschi che, proprio grazie alla qualificazione terroristica delle accuse, possono realizzare un coordinamento su scala nazionale parallelo a quello, svolto a livello di procure, dalla Procura Nazionale Antimafia e Antiterrorismo (è il decreto Alfano del 2015 ad aver aggiunto le competenze antiterrorismo alla procura antimafia).

È evidentemente il frutto di una scelta strategica che l’operazione Renata segua di poco quella di Torino contro l’Asilo, un luogo occupato dagli anarchici da 24 anni. Anche qui accuse di reati associativi (associazione sovversiva – articolo 270 codice penale) e di svariati altri reati, legati peraltro alla lotta contro il cpr (ex cie) di corso Brunelleschi. Anche qui dispendio di mezzi e forze dell’ordine nel militarizzare un intero quartiere di Torino (Aurora, dove si trovava l’Asilo), oltre al fermo di quasi venti persone e l’arresto di sette, messe in condizioni di isolamento.

Non è un caso, infine, che queste due inchieste siano intervenute subito dopo il discorso tenuto da Salvini – con il plauso degli alleati – che indicava la rotta da seguire: dopo gli immigrati tocca ai “criminali anarchici e comunisti” dei centri sociali e agli antagonisti in generale, tutti in galera e buttare via le chiavi.

Così come va ricordato che altre due inchieste per “associazione a delinquere al fine di occupazione di case” all’indirizzo dei compagni/e del Giambellino a Milano e di Prendocasa Cosenza sono arrivate subito dopo l’approvazione del “decreto sicurezza”.

In questo periodo, peraltro, sta entrando nel vivo il processo inerente l’inchiesta denominata “Robin Hood”, per quanto riguarda il Giambellino. Il 2 aprile, infatti, è iniziato il giudizio immediato a carico di otto compagni/e inizialmente arrestati lo scorso 23 dicembre e sottoposti da due mesi agli arresti domiciliari, con l’accusa di associazione a delinquere. Ciò che emerge con inquietante ripetitività è la volontà di interpretare le esperienze di lotta, anche più sociale che politica, come possono essere le occupazioni abitative, con la lente della criminalizzazione associativa.

Non è certo la prima volta che accade, diverse inchieste sono state fatte negli anni scorsi con presupposti molto simili, quello che colpisce attualmente è la frequenza e l’estrema somiglianza di caratteri repressivi con cui tali iniziative inquisitorie vengono messe in atto. Le operazioni contro i comitati del Giambellino e di Cosenza sono state eseguite lo stesso giorno contro due realtà politiche coinvolte in alcune occupazioni abitative, sulla base della medesima accusa di associazione a delinquere.

Il decreto sicurezza, voluto fortemente dalla Lega e accettato supinamente dai suoi alleati pentastellati ha sicuramente dato uno slancio forte alle velleità di procure e magistrati adibiti alla criminalizzazione delle lotta politica ed alla repressione di quelle che potremmo definire “forme di vita” che stridono con la configurazione del cittadino modello.

Se analizziamo il provvedimento, vedremo infatti che questo – sul fronte dell’irregolarizzazione degli emigranti, come la chiamerebbe il prof. Pietro Basso – prevede il prolungamento da tre a sei mesi della detenzione degli immigrati “irregolari” nei CPR, il radicale ridimensionamento del sistema SPRAR e la cancellazione del permesso di soggiorno per protezione sussidiaria, facendo perdere a migliaia di persone il titolo di una, seppur temporanea, regolarizzazione.

Lo stesso decreto, sul fronte della repressione delle lotte ha introdotto il reato di blocco stradale (con le aggravanti, si può arrivare fino a 12 anni) che intende colpire duramente scioperi e picchetti, ha inasprito di molto la disciplina del reato di occupazione di terreni o edifici (la pena è stata raddoppiata, fino a quattro anni di reclusione e la procedibilità è sempre d’ufficio), ha esteso la disciplina del DASPO e dell’utilizzo del Taser.

Questo doppio movimento contro gli stranieri e contro chi lotta è significativo. Teniamo a mente che l’inchiesta di Torino dà molta enfasi alla solidarietà praticata dagli anarchici nei confronti dei reclusi nel CPR, mentre a Milano e Cosenza si colpiscono occupazioni dove trovavano uno spazio abitativo sia italiani che stranieri. Uno degli obiettivi di queste operazioni sembra allora essere quello di stroncare la possibilità che il conflitto politico meno addomesticato e la condizione di grande precarietà vissuta dagli emigranti irregolarizzati si incontrino su un piano di lotte comuni.

In quest’ottica è significativo come sotto il mirino della Lega stia finendo il Si Cobas, uno dei sindacati di base maggiormente impegnato nell’organizzazione dei lavoratori, in gran parte stranieri, del settore della logistica. Proprio in questi giorni un’interrogazione di due consiglieri leghisti del Comune di Modena chiede interventi repressivi contro il sindacato, colpevole di fare il suo mestiere, ossia di “insinuarsi nelle aziende ritenute solide attraverso il rapporto con lavoratori connazionali impiegati nelle cooperative, intercettando, fra i lavoratori culturalmente più deboli, potenziali iscritti” e di “fare proselitismo per poi cogliere un pretesto sindacale e aprire lo stato di agitazione proclamando scioperi”.

L’offensiva giudiziaria contro i movimenti sociali e contro gli antagonisti è sempre stata presente, ma vi è stata un’accelerazione negli ultimi due decenni, soprattutto a partire dal G8 di Genova in poi, con l’uso sempre più spregiudicato dei dispositivi repressivi. L’associazione sovversiva ed eversiva è uno di questi: seguendo la logica del diritto penale del nemico colpisce direttamente le soggettività politiche più che le loro azioni (il 270 bis colpisce le associazioni che solo “si propongono” atti eversivi, mentre il 270 parla di una generica “idoneità” dell’associazione al fine sovversivo).

Adesso, se possibile, vi è stato un ulteriore avanzamento, con un coordinamento spudorato fra i dispositivi politici, mediatici e giuridici, tutti compartecipi a fare la propria parte nella criminalizzazione del dissenso e dell’antagonismo. Bisogna capire l’importanza della posta in gioco: se i reati associativi vengono applicati a dei gruppi privi di un’organizzazione strutturata come gli anarchici o comitati per il diritto all’abitare, domani sarà più facile colpire anche organizzazioni conflittuali come sindacati di base o associazioni e partiti che hanno una certa radicalità.

È necessario interrogarsi su come resistere all’offensiva. Tutti coloro i quali hanno a cuore la libertà e l’agibilità delle lotte dovrebbero stringersi attorno ai colpiti dalla repressione, tentare di rinsaldare i legami tra le soggettività in lotta, difendere con forza le mobilitazioni, le occupazioni abitative o politiche, i collettivi, i centri sociali e rigettare ogni logica di nemicità addossata agli avversari di turno del potere politico.

E’ solo con una rinnovata determinazione di lotta e coesione tra oppressi-e, che è possibile reagire e ripartire.

Solidarietà agli accusati/e del Trentino, di Torino, Milano e Cosenza!

Liberi/e tutti/e!

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